Esecuzione in Macchina Virtuale: Run Virtual Instance (T1564.006)
La tecnica T1564.006 – Run Virtual Instance rientra nella tattica TA0005 (Defense Evasion) e descrive l'abuso di tecnologie di virtualizzazione per eseguire codice malevolo all'interno di un ambiente isolato dal sistema host. L'obiettivo è aggirare i controlli di sicurezza: EDR, antivirus e sensori di monitoraggio installati sull'host non hanno visibilità dentro la VM guest, che diventa così una sandbox rovesciata in cui l'attaccante opera indisturbato.
L'attaccante può sfruttare hypervisor nativi come Hyper-V, distribuire emulatori leggeri come QEMU, oppure droppare binari portabili di VirtualBox. Configurando una shared folder tra guest e host, il malware guadagna accesso al file system esterno per cifrare dati (nel caso di ransomware) o esfiltrarli. Anche il Windows Sandbox, con file .wsb che definiscono <MappedFolder> e <LogonCommand>, offre un vettore documentato.
Negli ambienti VMware ESXi, un avversario con accesso root può creare VM invocando direttamente /bin/vmx su un file .vmx, bypassando la registrazione in vCenter e restando invisibile a vim-cmd vmsvc/getallvms. L'aggiunta del comando in /etc/rc.local.d/local.sh garantisce persistenza tra i riavvii.
Le famiglie Maze, Ragnar Locker e LoudMiner hanno tutte adottato questo schema, dimostrando che si tratta di una tecnica trasversale tra ransomware e cryptomining, con impatto operativo elevato perché neutralizza la maggior parte dei controlli endpoint tradizionali.
In un red team engagement, la simulazione di T1564.006 richiede prudenza: si opera in ambienti lab isolati con snapshot di rollback. Su Windows, il vettore più rapido è Windows Sandbox (feature nativa, gratuita in Pro/Enterprise). Un file .wsb minimale definisce una cartella mappata e un comando di logon:
Doppio click sul .wsb avvia la sandbox e lancia il payload in un ambiente effimero che non lascia traccia persistente sul disco host.
Per scenari più realistici tipo Maze o Ragnar Locker, si utilizza VirtualBox (open source) in modalità headless. Dopo aver droppato i binari portabili, l'esecuzione avviene con:
VBoxManage.exe startvm "TinyVM" --type headless
La configurazione della shared folder da CLI:
VBoxManage.exe sharedfolder add "TinyVM" --name "host" --hostpath "C:" --automount
Ottiene accesso read/write all'intero disco C: dall'interno del guest, replicando lo schema del ransomware.
Su Linux, QEMU (open source) permette di lanciare una VM leggera senza installazione formale, sfruttando binari statici. La flag -nographic sopprime l'output video mentre -snapshot evita modifiche persistenti all'immagine:
qemu-system-x86_64 -m 512 -nographic -snapshot -drive file=tiny.img,format=raw -netdev user,id=n0 -device e1000,netdev=n0
Su ESXi, con accesso SSH root, la creazione di una VM invisibile a vCenter avviene preparando un .vmx custom in un datastore e lanciandolo direttamente:
/bin/vmx -x /vmfs/volumes/datastore1/hidden/hidden.vmx &
Aggiungere la stessa riga in /etc/rc.local.d/local.sh garantisce la persistenza. La VM non apparirà in vim-cmd vmsvc/getallvms ma sarà visibile in esxcli vm process list.
Per la fase di validazione, tool come Atomic Red Team (open source) includono test per varianti di T1564.006, utili per verificare la copertura dei sensori. Caldera (open source) di MITRE permette di orchestrare catene più complesse. In laboratorio è utile combinare la VM con un C2 leggero come Sliver (open source) o Mythic (open source) per simulare il traffico di comando che emerge dall'adapter bridged, spesso NAT-ato in modo da non correlare con l'hostname compromesso.
Vuoi diventare un Ethical Hacker ma non sai da dove iniziare?
Accedi alle lezioni gratuite e segui il percorso corretto fin dal primo passo